sabato 18 dicembre 2010

Beni culturali e questione meridionale

La Campania detiene molti primati negativi come la crisi dei rifiuti, la disoccupazione, la mafia, il deficit della sanità, il dissesto idrogeologico, l'inquinamento ambientale, l'ultimo posto in Italia nel rapporto deficit-pil.
D'altra parte occorre rilevare che in Campania vi sono le migliori condizioni climatiche di tutto il paese. Infatti i Romani la chiamarono "Campania felix".
Essa inoltre possiede i beni storico-artistici e il patrimonio paesaggistico più interessante d'Italia.
La costiera sorrentina e amalfitana, Capri, Ischia, Procida sono senza dubbio tra le zone paesaggistiche più belle del mondo.
Pompei, Ercolano, Stabia, Oplontis rappresentano un patrimonio storico-artistico unico al mondo.
Perchè questi beni culturali versano in uno stato di pietoso abbandono? Perchè le domus di Pompei crollano?
Alcuni sociologi affermano che è responsabile la mafia.
A mio avviso la mafia si manifesta all'interno di strutture politiche, economiche, sociali e culturali feudali. Queste strutture feudali sono dominate dalla borghesia conservatrice e reazionaria che ha avuto sempre come obiettivo di conservare il potere a scapito delle masse rurali prima e urbane poi.
 Questa borghesia è la degna erede della feudalità e del baronaggio che nel 1600 ha guidato la reazione contro la rivoluzione di Masaniello e nel 1700 la controrivoluzione nei confronti della Repubblica Partenopea del 1799 ( Filangieri, Genovesi, Galiani).
L'unità d'Italia (1861) ebbe come motivazione politca quella di unificare in un unico stato un popolo diviso da secoli in tanti staterelli ma unito dalla stessa origine storica, culturale, linguistica (l'italiano di Dante e del Manzoni).
In realtà nel 1860 si unì una parte del Paese (il nord) che era passato dal medioevo all'età moderna attraverso cinque stadi (Comuni, Principati, Signorie, Umanesimo, Rinascimento), che stava formando una realtà industriale ad opera della borghesia illuminata; ed il sud, che era costretto dalla nobiltà retriva e conservatrice a permanere in una realtà feudale dove dominavano il latifondismo e il baronaggio.
La classe nobiliare meridionale ebbe verso l'unificazione italiana un atteggiamento gattopardesco.
Infatti aveva prima appoggiato le controrivoluzioni del Seicento e del Settecento per mantenere il potere. Per lo stesso motivo acconsentì all'unificazione del Paese avendo garanzie dal Piemonte che i suoi privilegi feudali non sarebbero stati messi in discussione dal processo di unificazione.
Infatti la borghesia del nord aveva come obiettivo economico di industrializzare il settentrione a scapito delle masse popolari meridionali (tassa sul macinato, coscrizione obbligatoria, tariffe doganali del 1887 verso la Francia che, per ritorsione, si chiuse nel protezionismo e non accettò più di importare i prodotti agricoli dal Mezzogiorno d'Italia).
Ciò provocò la crisi dell'agricoltura meridionale, l'emigrazione verso le Americhe, il brigantaggio e l'inizio della "questione meridionale".
1866: legge eversiva della feudalità per spezzare il latifondo e vendere le terre demaniali ai contadini ma questi non avevano il danaro e le terre vennero acquisite dalla nobiltà.
1950: la riforma agraria della Democrazia Cristiana fu un mezzo fallimento perchè mancavano le infrastrutture.
La borghesia meridionale, in linea con i nobili e i baroni che l'hanno preceduta,  fino ai primi del '900 viveva con la rendita fondiaria e con il latifondo, adesso investe nella rendita finanziaria e immobiliare.
Invece di investire nell'agricoltura e nel turismo, crea stagnazione economica e disoccupazione. E' inadempiente come imprenditrice. Il ruolo di imprenditore è assunto dalla mafia che gestisce l'80% dell'economia meridionale. La mafia si serve della borghesia e della politica. La mafia è infiltrata nelle istituzioni dello stato.
L'illegalità è diffusa. Non esiste la forza del diritto, ma il diritto della forza.
L'assenza dello Stato e della classe borghese imprenditrice produce un sistema economico-sociale dominato dall'anarchia feudale dove permangono enormi differenze tra le classi sociali e tra i sessi.
La disoccupazione femminile è molto alta, le donne non sono autonome economicamente e dipendono ancora dal padre-padrone e dal marito-padrone.
A Napoli, capitale del Mezzogiorno, il malessere sociale è accentuato dall' enorme densità della popolazione che crea uno squilibrio tra abitanti e territorio.
Infatti Napoli ha 1500000 abitanti cioè lo stesso numero di abitanti di tutta la Sardegna!
La classe dominante non è stimolata al cambiamento dalla classe dominata. Infatti mentre la prima è arroccata nella difesa dei propri privilegi nobiliari e di classe, la seconda, essendo rimasta plebe (la mancata industrializzazione non ha prodotto il proletariato), non ha nessuna coscienza di classe e si comporta in modo servile.
La mancanza della lotta di classe è la causa dell'immobilismo sociale e dell'empasse politico.
In questo modo mentre il nord è "attore" della storia d' Italia, il sud rimane "spettatore" passivo e inerte.
Questi squilibri sociali ed economici favoriscono la mafia che si è impossessata delle attività economiche e finanziarie.
Infatti la criminalità organizzata investe i proventi dei traffici di droga, racket e usura nel commercio, nella finanza e nell'edilizia.
Nello stesso tempo il sud (e Napoli) vive nel degrado che comporta disoccupazione, mancanza di case (speculazione edilizia), carenza di scuole, ospedali, igiene ambientale e inquinamento del territorio.
Le classi dirigenti meridionali sono responsabili del disastro ambientale, dell'inquinamento del territorio, del degrado dei beni culturali e del paesaggio. Queste classi in spregio ad ogni criterio meritocratico operano col nepotismo e col clientelismo.
Il dissesto dei beni culturali nel Mezzogiorno dipende dal fatto che, mentre vi sono dei dirigenti capaci e meritevoli, ve ne sono alcuni inefficienti.
Infatti, a differenza di molti dirigenti competenti e professionali, ve ne sono taluni inadeguati e non all'altezza del ruolo da svolgere.
Bisognerebbe fare il turn-over di questi dirigenti, separare la gestione politica da quella amministrativa, affidare i beni culturali ai tecnici, ai manager.
Bisognerebbe chiedere la collaborazione di archeologi, architetti, storici dell'arte dalle facoltà universitarie e valorizzare le lauree in Beni culturali e in Conservazione dei beni culturali.
La questione dei beni culturali si inserisce all'interno della questione meridionale.
Nel Mezzogiorno le classi dominanti non hanno il senso dello stato e della società civile perchè al sud non esiste nè lo Stato nè la società civile.
L'unica forma di istituzione sociale è la famiglia agro-pastorale incentrata sul padre-padrone.
La borghesia meridionale discende dai baroni che nel 1734 osteggiarono le riforme di Carlo III di Borbone che si prefiggeva di combattere la feudaultà e il baronaggio per creare uno stato nazionale. Ma il programma politico di Carlo III fallì come fallirono i successivi tentativi di superare il sistema feudale.
La riforma agraria della D.C. nel 1950 venne attuata parzialmente e non riuscì a far decollare economicamente il Mezzogiorno.
La questione meridionale andrebbe risolta dando impulso allo sviluppo industriale e tecnologico, con la modernizzazione dell'agricoltura (cooperative per la trasformazione dei prodotti ortofrutticoli), col rilancio degli investimenti nel settore turistico.
Lo sviluppo di queste attività economiche potrebbe creare migliaia di posti di lavoro e assicurare il futuro alle nuove generazioni.
Giuseppe Tuppo