SOCIOLOGIA
Il medioevo contemporaneo del Mezzogiorno.
Il medioevo contemporaneo del Mezzogiorno.
Cari colleghi sociologi dissento pienamente con le vostre analisi sulla questione meridionale.
A mio avviso il problema del Mezzogiorno non è la mafia, la camorra, la ndrangheta, la corona unita ma il mancato superamento del sistema feudale, l'assenza dello stato e della società civile.
Secondo me la classe dominante meridionale ha "imbalsamato" la storia per mantenere il potere e trasmetterlo ai discendenti.
Questo processo di "imbalsamazione" è avvenuto attraverso cinque stadi.
1) La controrivoluzione del Seicento contro Masaniello.
2) 1734: Carlo III di Borbone chiamò Tanucci da Firenze per modernizzare il regno delle Due Sicilie e superare il sistema feudale, creare uno stato moderno ma trovò l'opposizione della feudalità e del baronaggio che bloccarono ogni riforma per timore di perdere i privilegi feudali sulle masse contadine.
3) Controrivoluzione del 1799: abbattimento della repubblica partenopea, eliminazione di grandi intellettuali come Filangieri, Genovesi, Pagano e tanti altri; soppressione del moderno codice napoleonico e reintroduzione del vecchio codice borbonico.
4) Fallimento della legge eversiva della feudalità del 1870 con la quale lo stato unitario vendeva le terre demaniali per spezzare il latifondo e farle acquisire alle masse contadine, ma, poichè queste non avevano i mezzi finanziari per acquistarle, le terre furono incamerate dalla ricca nobiltà terriera.
5) Fallimento della riforma agraria del 1950 con la quale i contadini meridionali riuscirono ad acquisire le terre ma non avevano i fondi per acquistare le macchine agricole per modernizzare le campagne che rimasero per lo più incolte.
La classe dominante meridionale nel medioevo viveva con la rendita fondiaria, oggi vive con la rendita finanziaria e immobiliare, gestisce il potere con la politica, le cariche pubbliche, la burocrazia, la finanza, l'edilizia, le banche.
Al sud la borghesia industriale imprenditrice è ancora molto scarsa.
Il popolo non è il proletariato industriale (come al nord) ma è soprattutto "plebe".
Il divario tra borghesia e popolo è enorme. Lo stato è assente.
Il posto dello stato è occupato dalla mafia.
Il romanzo "Il Gattopardo" di Tomasi di Lampedusa descrive come nel passaggio dal regno delle Due Sicilie allo stato unitario nel 1861 la classe dirigente meridionale conservi intatto il suo potere.
Il divario enorme tra la borghesia e il popolo sono espressi nel film di Totò "Miseria e nobiltà" e nella poesia "A' livella" dove al nobile marchese si contrappone il morto poverello don Gennaro il netturbino.
Aveva proprio ragione Carlo Levi quando scriveva "Cristo si è fermato a Eboli".
Eduardo De Filippo (Filumena Marturano) e Pino Daniele (Na tazzulella e' cafè e je so' pazzo) hanno evidenziato la responsabilità della classe dirigente meridionale (O' cummannà è meglio dò fottere).
Anche Francesco Rosi nel film "Le mani sulla città" ha messo in luce le colpe degli imprenditori napoletani nel degrado edilizio e urbano della città di Napoli.
Nel frattempo il popolo, le plebi rispondono con l'anarchia feudale e col servilismo e fanno "cuofano saglie, cuofano scenne" dimostrando il proprio fatalismo e la propria rassegnazione.
A mio avviso il problema del Mezzogiorno non è la mafia, la camorra, la ndrangheta, la corona unita ma il mancato superamento del sistema feudale, l'assenza dello stato e della società civile.
Secondo me la classe dominante meridionale ha "imbalsamato" la storia per mantenere il potere e trasmetterlo ai discendenti.
Questo processo di "imbalsamazione" è avvenuto attraverso cinque stadi.
1) La controrivoluzione del Seicento contro Masaniello.
2) 1734: Carlo III di Borbone chiamò Tanucci da Firenze per modernizzare il regno delle Due Sicilie e superare il sistema feudale, creare uno stato moderno ma trovò l'opposizione della feudalità e del baronaggio che bloccarono ogni riforma per timore di perdere i privilegi feudali sulle masse contadine.
3) Controrivoluzione del 1799: abbattimento della repubblica partenopea, eliminazione di grandi intellettuali come Filangieri, Genovesi, Pagano e tanti altri; soppressione del moderno codice napoleonico e reintroduzione del vecchio codice borbonico.
4) Fallimento della legge eversiva della feudalità del 1870 con la quale lo stato unitario vendeva le terre demaniali per spezzare il latifondo e farle acquisire alle masse contadine, ma, poichè queste non avevano i mezzi finanziari per acquistarle, le terre furono incamerate dalla ricca nobiltà terriera.
5) Fallimento della riforma agraria del 1950 con la quale i contadini meridionali riuscirono ad acquisire le terre ma non avevano i fondi per acquistare le macchine agricole per modernizzare le campagne che rimasero per lo più incolte.
La classe dominante meridionale nel medioevo viveva con la rendita fondiaria, oggi vive con la rendita finanziaria e immobiliare, gestisce il potere con la politica, le cariche pubbliche, la burocrazia, la finanza, l'edilizia, le banche.
Al sud la borghesia industriale imprenditrice è ancora molto scarsa.
Il popolo non è il proletariato industriale (come al nord) ma è soprattutto "plebe".
Il divario tra borghesia e popolo è enorme. Lo stato è assente.
Il posto dello stato è occupato dalla mafia.
Il romanzo "Il Gattopardo" di Tomasi di Lampedusa descrive come nel passaggio dal regno delle Due Sicilie allo stato unitario nel 1861 la classe dirigente meridionale conservi intatto il suo potere.
Il divario enorme tra la borghesia e il popolo sono espressi nel film di Totò "Miseria e nobiltà" e nella poesia "A' livella" dove al nobile marchese si contrappone il morto poverello don Gennaro il netturbino.
Aveva proprio ragione Carlo Levi quando scriveva "Cristo si è fermato a Eboli".
Eduardo De Filippo (Filumena Marturano) e Pino Daniele (Na tazzulella e' cafè e je so' pazzo) hanno evidenziato la responsabilità della classe dirigente meridionale (O' cummannà è meglio dò fottere).
Anche Francesco Rosi nel film "Le mani sulla città" ha messo in luce le colpe degli imprenditori napoletani nel degrado edilizio e urbano della città di Napoli.
Nel frattempo il popolo, le plebi rispondono con l'anarchia feudale e col servilismo e fanno "cuofano saglie, cuofano scenne" dimostrando il proprio fatalismo e la propria rassegnazione.